mer 10 mar 2010
Un occhio di riguardo per Salerno
Archiviato in: laborintus, photopoesie — babelez @ 19:49

*Si avvisano i signori lettori che il segnale arriva con circa dieci giorni di ritardo. In mezzo c’è stata l’Albania.*

Per descrivere quello che è avvenuto dal 19 al 28 febbraio parto dai numeri: 5 come gli scatti personali esposti, 55 le foto totali degli 11 artisti presenti alla mostra, più di 2000 le visite, 1 come il tema degli scatti ovvero la città di Salerno e 3 come il posto che ho guadagnato a suon di voti e il numero di bottiglie vinte (un rosso, un bianco e un olio).


“Un occhio di riguardo per Salerno” è stata l’esposizione fotografica a cui ho partecipato e che ho contribuito ad organizzare. La location è stata il Palazzo Genovese, cuore del centro storico e della movida cittadina. Il concept: descrivere in un istante la città di Salerno, darle forma, colore, anima e senso in un rettangolo di carta. Le istantanee, come finestre sulla realtà, si sono aperte su scorci caratteristici, panorami, particolari minimal e metafisici, personaggi umili o onirici.

Io in quel rettangolo di un attimo ho deciso di rendere protagonista la figura umana, una sorta di microtema dedicato a ciò che rende ogni città viva. Una città, infatti, può dirsi tale solo quando è calpestata, quando la verticalità dei suoi edifici e l’orizzontalità delle sue strade si incontrano con la disordinata e pullulante umanità fatta di membra e pensieri. In quel caos eterogeneo di linee e azioni capita a volte di scoprire una geometria dell’anima, un ordine in cui anche l’inanimato vive.

babelez (cc) - Un improbabile dialogo

Così può accadere che la fuga di linee di una prospettiva diventi passerella di un amore sgangherato, o che un marciapiede alberato partecipi alla malinconia di mezza età assumendo l’espressione di un viale del tramonto. O ancora, parafrasando il giornalista Ugo Di Pace che ha recensito l’evento per il Corriere del Mezzogiorno, che “una ragazza in controluce sul lungomare” sembri recitare “un improbabile dialogo con i gabbiani che quasi le sfiorano le mani”.

Quelle pubblicate in questo articolo sono le 5 istantanee presentate alla mostra.

babelez (cc) - Viale del tramonto babelez (cc) babelez (cc) babelez (cc)

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mer 17 feb 2010
A volte scompaio
Archiviato in: laborintus — babelez @ 03:20

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A volte scompaio, e le mie tracce si perdono nell’oscurità bianca di nebbia di quel che sembra un inverno interiore. Ma scompaiono le mie tracce, non io. Io resto vivo, da qualche parte, e a volte, inverno o no, ammutolisco. Per qualcuno è facile tenere sempre tesi i fili delle relazioni sociali, per me, che nelle ragnatele dell’esistenza mi perdo, non lo è. A volte la realtà, o la parvenza di essa, mi assorbe a tal punto da non consentirmi di essere costante, e così navigo a vista, nel mare fittizio di ciò che mi appare, e riesco a muovere lo sguardo solo nel limitato orizzonte che mi circonda. Così è per tutti: la vita quando uno la vive è totalizzante, e ha la meglio su ogni cosa, ma più su quelle lontane, nascoste alla vista. Queste, in fondo, sembrano sbiadire, e con esse anche il loro significato. Così accade per il passato, dove le scaglie morte della nostra esistenza si ammassano per scomparire gradualmente. Gli avvenimenti si confondono e sfumano i volti. Non però ciò che essi hanno significato per noi, ciò che di essi tuttora permane in noi. Così la mia vita è un continuo sbiadire e le cose appena toccate dai miei occhi già più non sono, eppure in altra forma, sono lì, più vive, proprio all’interno di quei contenitori (i miei occhi) che pur senza trattenere custodiscono.
Così se il tempo ha annullato la presenza degli amici, e la rotazione dello spazio ha centrifugato i loro corpi in posti sempre nuovi e distanti, le chiacchierate di allora, le mani tese tempo fa sotto altri orizzonti, gli sguardi che ci siamo scambiati e i sorrisi che ci hanno unito, hanno lavorato in una dimensione che non passa.
Quella dimensione che di me è l’espressione più sincera, quella che costruisce giorno per giorno ciò che io sono stato, sono e sarò.
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