*Si avvisano i signori lettori che il segnale arriva con circa dieci giorni di ritardo. In mezzo c’è stata l’Albania.*
Per descrivere quello che è avvenuto dal 19 al 28 febbraio parto dai numeri: 5 come gli scatti personali esposti, 55 le foto totali degli 11 artisti presenti alla mostra, più di 2000 le visite, 1 come il tema degli scatti ovvero la città di Salerno e 3 come il posto che ho guadagnato a suon di voti e il numero di bottiglie vinte (un rosso, un bianco e un olio).
“Un occhio di riguardo per Salerno” è stata l’esposizione fotografica a cui ho partecipato e che ho contribuito ad organizzare. La location è stata il Palazzo Genovese, cuore del centro storico e della movida cittadina. Il concept: descrivere in un istante la città di Salerno, darle forma, colore, anima e senso in un rettangolo di carta. Le istantanee, come finestre sulla realtà, si sono aperte su scorci caratteristici, panorami, particolari minimal e metafisici, personaggi umili o onirici.
Io in quel rettangolo di un attimo ho deciso di rendere protagonista la figura umana, una sorta di microtema dedicato a ciò che rende ogni città viva. Una città, infatti, può dirsi tale solo quando è calpestata, quando la verticalità dei suoi edifici e l’orizzontalità delle sue strade si incontrano con la disordinata e pullulante umanità fatta di membra e pensieri. In quel caos eterogeneo di linee e azioni capita a volte di scoprire una geometria dell’anima, un ordine in cui anche l’inanimato vive.

Così può accadere che la fuga di linee di una prospettiva diventi passerella di un amore sgangherato, o che un marciapiede alberato partecipi alla malinconia di mezza età assumendo l’espressione di un viale del tramonto. O ancora, parafrasando il giornalista Ugo Di Pace che ha recensito l’evento per il Corriere del Mezzogiorno, che “una ragazza in controluce sul lungomare” sembri recitare “un improbabile dialogo con i gabbiani che quasi le sfiorano le mani”.
Quelle pubblicate in questo articolo sono le 5 istantanee presentate alla mostra.


A
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Traduzione
Anonimo migrante del ‘900
Io sono un migrante
lascio la mia terra e i sapori,
la famiglia e i sorrisi.
Me ne vado solo, con i dolori,
con i vestiti consumati e la speranza nel domani.
Quello che mi resta sono le mie mani,
per costruire oggi le case dei signori
e un domani l’avvenire insieme ai miei cari.
Io sono un migrante, io non volevo viaggiare,
il lavoro non c’era e nemmeno il pane,
ai miei figli cosa gli do da mangiare?
Avevano detto che ci stava brava gente
e voi mi chiamate criminale,
ma mi pagate un salario che neanche ad un maiale!
I miei compari muoiono come moscerini
e ci sono anche quelli che per non crepare
incominciano a rubare ai padroni.
Essi si credono dei duri, ma sono solo orinatoi
perché, diceva mia madre,
che è con il sudore che bisogna campare.
Io sono un migrante e lavoro per voialtri,
niente possedevo e niente posseggo, solo le ossa,
che la carne si è consumata,
mi restano i figli e la pazienza
ora che per la mia vita è morta pure la speranza.
Qui la poesia in versione testo per quanti desiderino pubblicarla sul proprio blog.
Anonimo italiano del Novecento.
Io songu nu migrante lasso la mia terra, e li sapuri, la famiglia e li surrisi.
Me ne vaco sulo, co li duluri, co li panni cunsumati e la speranza intu dumani. Chillu ca mi resta songu le mi mani, pi costruire oggi le case di signuri e dimani l’avvenire insieme a li mei cari.
Io songu nu migrante, io non vulia viaggiare, La fatica nun ci stava e nimmeno lu pane, ai mei figli che ci donco pe mangiare? Hanno ditto ca ci stava brava gente e vui mi chiamate criminale, ma mi pagate nu salario che manco a nu maiale. Li cumpari mei morono come li muschilli e ci stanno pure chilli ca pe non crepare accumenciano arrubare a li padruni. Iddi si crerono duri, ma sono sulo pisciaturi perché lo dicia mia madre ca è co lu sudore c’abbisogna campare.
Io songu nu migrante e travaglio per vossia, niente tenia e niente tengo, solo l’ossa, ca la carne s’è consumata, mi restano li figli e la pacienza ca per la vita mia è morta pure la speranza.