gio 21 giu 2007
Occhi. The End
Archiviato in: Occhi — babelez @ 11:38

(Segue dal post precendente)

Dopo cento metri frenai di colpo e qualche secondo dopo mi raggiunse. Aprii la portiera e mi accorsi che nei suoi occhi qualcosa aveva cominciato a tramontare. Ma la purezza era sempre lì. Salì silenziosamente ed io fui preso dal furore. Dopo qualche istante ero già lanciato nella notte e la strada era ingoiata con avidità dalle ruote.

Ci misi almeno cinque minuti a raggiungere l’auto che qualche minuto prima mi aveva preceduto al semaforo. E quando la vidi ne fui acceccato.
Anche allora mi affiancai per un attimo. Ma in quell’attimo non vidi assolutamente nulla su quel volto. Avrei dovuto aspettare ancora qualche minuto per vederlo animato. Allora accelerai, gli tagliai la strada, frenandogli davanti e costringendolo così a fermarsi. La frenata fu brusca.
Dopo aver spento il motore allungai una mano sotto il sedile. Il metallo era lì, freddo e insensibile come sempre. Aveva il calore della morte e il ghigno della Verità. Mi voltai per un attimo verso le pupille ormai sfiorite che giacevano incredule sul volto al mio fianco. Era ancora affaticato e rividi l’innocenza della sua anima. Era ancora lì silenzioso, e mi guardava come per capire cosa stesse succedendo. Ma non aprimmo bocca.

Scesi dall’auto e il metallo brillò sordo come una di quelle stelle che risplendevano in alto. Mi avvicinai allo stronzo che aveva, ora sì, il terrore negli occhi.

“Scendi dall’auto!” ruggii, “Porco!”, mentre la canna della pistola lo fissava minacciosa e famelica.
Lui uscì terrorizzato.
“Vieni qui davanti e Stenditi a terra!”
“G.. guardi…non spari…si prenda tut…” la voce sembrava uscire dalle sue ginocchia illuminate dai fari.
“Zitto!! Stenditi e non dire nemmeno una parola!”
“Ma.. Ma si prenda tutt..”

Lo colpii sulla tempia e così lui non potè far altro che obbedire involontariamente, come uno scolaretto, al cane della mia 38.
Il suo profilo fu inondato dalla luce artificiale dei fanali che gli mescolarono sul volto la smorfia d’orrore al rivolo di sangue che gli colava dalla fronte.
La sua sagoma, sull’universo nero dell’asfalto, risaltava come una lingua nella bocca spalancata delle tenebre. Era la notte avida che reclamava il suo pasto di oblio.
Lui era lì, disteso, immobile. Solo gli occhi gli guizzavano. Sembravano l’unica parte viva di quel corpo. Nonostante la luce forte dei fanali li colpissero con lucida ironia rimanevano sbarrati. Sbarrati e mobili. Annaspavano in cerca di un senso come pesci agonizzanti sulla riva secca del suo volto. Lo lasciai così per qualche inutile secondo mentre l’oscurità era rotta solo da un frenetico abbaiare convulso. Quelle urla disumane mi scossero per un attimo da quegli occhi e mi riportarono al mio compito.

“ Ti piacciono, i cani, eh?” dissi calmo come un ghiacciaio.

Sui suoi occhi balenò per un istante un pensiero. Era come se una cometa di senso avesse attraversato quello sguardo ricucendo in un lampo quegli occhi alla memoria. In quell’attimo capì e un secondo dopo le sue pupille acquistarono la vitalità e la consistenza della luna. La morte gli frusciò dentro dal foro sotto l’orecchio. Abbassai la pistola.
Solo allora mi resi conto che il latrato convulso si era fatto disperato e rabbioso. Riuscì a lanciarsi dal finestrino semiaperto della mia auto e un secondo dopo era lì, affianco al corpo esanime. Era lì, triste come la notte, e leccava con insistenza il volto ormai sfigurato del suo padrone.

Lasciai partire un altro colpo e me ne andai.

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mar 19 giu 2007
Occhi
Archiviato in: Occhi — babelez @ 17:47

Ice moon eyes

Sono quelle due espressioni che mi si sono trafitte dentro. Quelle due solo hanno un significato e un senso. Sono solo quei due sguardi che hanno avuto importanza. Tutto il resto non è stato altro che un prolungamento di quegli occhi, e da quegli occhi sono scaturite, come lacrime, tutte le azioni che sono seguite e quelle che non potranno mai più seguire.

La prima volta che lo vidi correva, e i suoi occhi erano bambini a perdifiato che rotolavano giocosi verso il dirupo della catastrofe finale. Ma lui questo ancora non lo sapeva. Erano tristi ma gioiosi, in quello che credeva un gioco, e avevano l’innocenza disumana di chi non crede si possa mai tradire. Erano sereni e limpidi come il cielo prima del tramonto, di quella luminescenza irreale che cristallizza l’aria fresca della sera e che rende spettri le sagome nere degli alberi sulla collina. Allo stesso modo spiccavano sul suo viso quegli occhi, illuminando il suo volto come un cielo crepuscolare. Tutto il resto era netto e indistinto, e si colorava solo per riflesso.
Quando lo intravidi lui aveva appena cominciato quella sua disperata folle corsa, ma le luci del semaforo mi costringevano ad osservare la scena, immobile.
Non capii subito cosa stesse accadendo. Non mi ero ancora affacciato sulla desolazione delle sue pupille.

La strada era deserta e l’oscurità era stata animata solo da una macchina, qualche secondo prima. Io ero ancora preso dai confusi pensieri notturni di chi ritorna a casa dopo una giornata piena.
Dai fumi di quei pensieri cominciò la corsa. La mia attenzione fu rapita e, quando finalmente potei affiancarmi a quella folle corsa, tutto diventò palese. Li vidi. Mi voltai verso di lui e tutto fu chiaro.

Continua…

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