
La sala è desolata.
C’è qualcuno solo in fondo, forse.
O ha lasciato lì solo la sua voce.
Le file di sedili rompono l’orizzontalità come feticci metafisici.
O, più compitamente, come statue greche mutilate.
Di quelle che si vedono negli olimpi incolonnate
di un qualsiasi museo dopo l’orario di chiusura.
Quest’immobilità pietrifica il mio corpo
rende vacuo il senso dell’attesa.
Tutto ciò che conta è la pregnanza che satura lo spazio.
Che fa percepire ogni attimo di ossigeno.
Ogni atomo di tempo.
La luce che propaga diluisce le finestre al pavimento
e le colonne, così rianimate, continuano la vita nel riflesso.
Fieri i sedili si ergono come astratti, inespugnabili concetti.
Nella foto l’”Énigme d’une journée” di De Chirico.

Dovunque vada non c’è nulla.
C’è solo l’autunno e un taxi nero delle galassie che mi trascina fuori da questa cella.
Ed is dead, è morto! E non me ne frega un cazzo. Pezzo di merda! Un attimo di silenzio, signori : “Ed è morto e non me ne frega un cazzo!!!”
Me ne vado in Marocco e già sento i minareti intonare cori al deserto.
Qui nella casbah è il tripudio dei colori. Giovin donzelle dagli occhi scuri come gazzelle ammiccano dietro veli marronazzurrognoli dal sapore di spezie antiche. Il vecchio, seduto sulla sedia impagliata, fuori dalla bottega, respira silenzioso la polvere: lacrime del deserto.
No, Grand Canyon, non sono io! Io non c’entro. Io sono solo il figlio del fiume che ti ha scavato. Io non c’entro. Io sono stato scavato proprio come te, le mie rughe affondano nelle mie carni ed io sto ancora cercando te! O è solo fase rem.
Mi sto intristendo sai? Mi immalinconisco, si dice così no? Io una volta ero centrale. Ma poi ho perso il controllo. Io ne avevo bisogno. Ne avevo così bisogno. È pazzesco come le cose dovrebbero essere! Io ne ho troppo bisogno. Ho bisogno di lei e lei ora non è qui con me. In fondo io sto solo suonando questa tastiera di parole, a ritmo di musica, per cantare a lei di quanto bisogno ne ho. Tu sei invisibile. E io no. Io mi vedo, io sono qui.
Non sono un vagabondo. Non sono una pietra che rotola. Ma se lo fossi andrei a tempo e avrei delle lunghe strisce bianche. E avrei bisogno di molti soldi e … (pausa signori e signore, rullo di tamburi) ora è facile: Io ho un cortile così grande. Con un grande bottone così difficile da premere. Ma se solo riuscissi a schiacciarlo: tu potresti diventare mio amico! Sì, proprio tu! Ne avresti tutto il diritto. Potremmo fare pace e costruire un nuovo grande giorno. Potremmo pregare per un nuovo grande giorno. Per i pazzi, per la pace e per la guerra. Per i topi che squittiscono e per le onde che si esibiscono in feedback rompitimpani.
Hey, c’è uno che urla qui dietro. Sono sospettoso.
Non posso vedere niente che la mia immaginazione mi impedisca. Ma questa notte sognerò di te che sei così divertente e buffa, e di me che non ti ho dato neanche la possibilità di farmi capire quanto io abbia bisogno di te. Sogno, mentre il signor tamburino mi accompagna. Perché non c’era alcun bisogno che tu me lo facessi capire. Perché io ho non bisogno di nessuno che non sia già iscritto nel mio Dna che viaggia verso il sole mentre io non vado da nessuna parte. Io seguo te.
E la spiaggia è ventosa e fino a domani il tamburino accompagnerà il mio sonno.
Guantanamera!
Questo testo è nato dalle suggestioni del mio viaggio nelle seguenti località:
Ddt – Noir désire – Bob Dylan – R.E.M. – Rolling Stones – White Stripes – Red hot chili peppers – Fugazi.