
Marco ha 27 anni, un diploma di ragioneria e vive in una città di provincia nel sud dell’Italia. Fino a 23 anni ha avuto un problema di balbuzie che gli è scomparso improvvisamente e inspiegabilmente. Aveva sempre creduto che il problema fosse dovuto alla perdita del padre, ma il padre non è resuscitato quando il difetto è scomparso.
Marco è tecnicamente disoccupato, praticamente invece non ha mai cercato un lavoro, nonostante la precaria situazione economica della sua famiglia.
Il fratello di sua madre è emigrato nel nord Italia e ogni mese invia un assegno di duecento euro intestato a sua sorella. La mamma di Marco è pensionata, ha 61 anni, le vene varicose e una spiccata propensione per la cucina.
Marco passa la maggior parte del tempo davanti al computer, ha la passione per la masturbazione e per il cinema d’autore. Una volta gli piaceva anche osservare le costellazioni ma da quando le conosce a memoria ha smesso.
Marco soffre di intensi sensi colpa, coliche intestinali ed è allergico alla polvere. Il suo colore preferito è il blu anche se la sua macchina è verde.
La mattina quando si sveglia, prima di sciacquarsi la faccia, passa dalla cucina per un sorso di caffè che sua madre ha preparato due ore prima.
Nell’ultimo periodo sta riflettendo molto sul concetto della spazzatura.
Marco detesta la città in cui vive ma non potrebbe vivere in nessuna altra città.
Marco dimentica spesso se il contenitore del latte va nella carta, nella plastica o nell’indifferenziata.
Il calcio non gli è mai piaciuto, né guardarlo né praticarlo, ma puntualmente ogni domenica scommette 5 euro su 4 partite. Ogni tanto gioca anche al superenalotto.
Non ha alcuna nozione di storia dell’arte ma ha una predilezione per le opere dei futuristi.
Marco si sente spazzatura, in senso filosofico, ma pur sempre spazzatura.
Marco ha preso il sacchettino bianco biodegradabile dell’organico e lo ha deposto nel bidoncino verde nel portone.
Marco questa sera si è suicidato senza sapere che non avrebbero ritirato l’organico.
Gli ultimi due mesi sono stati un vortice.
Le ultime due settimane una centrifuga.
Ora mi spetterebbe almeno una settimana di relax, sospeso a mezz’aria, con le mollette che mi aggrappano le spalle, i piedi penzoloni sospinti avanti e indietro. Una brezza calda e secca per asciugare i pensieri e i disegni di progetti che ora dovrebbero prendere corpo reale.

Invece i neuroni sfrigolano scintille come coltelli che si affilano, al posto di giacere placidi e sudati in un égouttoir.
Infilo il gettone.
Altro giro, altra corsa.
Sono nato in Italia. Sono stato allevato in Italia/Francia/Venezuela. Allevato in: Venezuela per 3 mesi; Francia per 21 mesi.
Categoria: homo sapiens sapiens.
Alimentato con ogni sorta di alimenti, piatti tipici e contratti atipici, fustini di parole in polvere, romanzi senza ammorbidente, relazioni fluide e a volte riciclabili, senza aggiunta di ipocrisia, con varie percentuali di coloranti interni ed additivi esterni. Alti tassi di acido cinico e anidride sarcastica.
Macellato: non ancora.

Appena toccato il suolo natio, all’aeroporto, ero stato accolto da un enorme calciatore in carta e parole, un certo Amauri che pubblicizzava vattelappesca chissà che cosa. Ero entrato nella struttura seguendo le indicazioni per il ritiro dei bagagli e mi ero imbattuto nei colleghi cartacei di Amauri: enormi culi e tette che sponsorizzavano l’ultima rivista letteraria in voga.
- Pardon! Borbottai al napoletano che avevo urtato, e mi uscì del tutto naturale come un automatismo acquisito ormai da riconvertire in uno “Scusi” o ancora meglio in un niente fatto di indifferenza e normalità.
Il rullo dei bagagli e il deposito dei carrelli avevano una didascalia per contenere l’estrosità dei miei conterranei. I cartelli recitavano pressappoco qualcosa del genere:
“È severamente vietato appoggiarsi al rullo trasportatore, ballarci sopra il tip tap, apparecchiarlo nell’attesa, usarlo per esercizi ginnici, utilizzarlo come supporto per la toletta di neonati.” E “L’utilizzo dei carrelli è esclusivamente destinato al trasporto bagagli”.
Avevo pensato di scattare una foto ma la mia flaccidezza di azioni me lo sconsigliò.
Le mie due valigie furono le prime ad apparire sul nastro, le raccolsi e insieme alla mia ragazza mi diressi al varco verso l’uscita. Prima di uscire ci fermammo, come è ovvio, all’ufficio impronte digitali dove un carabiniere dall’aria insolente ci accolse con un caloroso benvenuto.
- Documenti, carta d’ingresso e permesso di soggiorno prego. Disse con un sorriso che più che di cortesia sembrava quello di uno che la sapeva lunga.
- Immigrante di ritorno e tu – rivolto alla mia ragazza – sei andata ad aiutarlo per il trasloco e a riportarlo a casa, eh?
Noi ci limitammo ad atteggiare il viso a un sorriso stupido di circostanza. Mentre lui stampava i miei polpastrelli con l’inchiostro nero lo vedemmo quasi svestirsi da quell’armatura da bullo italiota nel chiedermi in un sincero tono paterno – Dai documenti vedo che in Francia avevi un lavoro. Come mai hai scelto di ritornare in Italia? In questo periodo tanti ragazzi fanno il percorso inverso.
Sano sadomasochismo, pensai divertito, mentre dalla bocca mi usciva la risposta sintetica e disimpegnata che avrei utilizzato come cantilena con i vari conoscenti.
- Ho scelto di continuare i miei studi e in Francia non ho potuto farlo per problemi amministrativi. Come vede ho 28 anni, così o lo faccio ora o mai più, e questo mi darà la possibilità, in futuro, di sedare la mia sete di potere e di incipriare il naso alla mia Ambizione.